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Indesit
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La mwdgINDESIT – Industria Elettrodomestici Italiana mwdwS.p.A., nota semplicemente come mweaIndesit, è stata un'mweqazienda mwegitaliana produttrice di mwewelettrodomestici e di mwfaelettronica di consumo con mwfqsede a mwfgRivalta di Torino, tra le maggiori a livello nazionale ed mwfweuropeo nel proprio settore.
Fondata nel 1953 come mwgqIndustria Elettrodomestici Spirea Italia S.p.A., nel 1956 diventa mwggINDEL – Industria Elettrodomestici S.p.A., nel 1959 diventa mwgwINDES – Industria Elettrodomestici S.p.A., per assumere infine l'attuale nome nel 1961.
Nel 1987 viene rilevata dalla mwhqMerloni Elettrodomestici, che provvede ad incorporarla nel 1990.
Contents
• Storia
• Note
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Storia
La fondazione e le prime attività: da Spirea a Indesit (1953-1972)
La società Spirea con mwigcapitale sociale di 1.200.000 lire, fu fondata a mwiwTorino nel 1953 su iniziativa di tre soci, il dottor mwjaArmando Campioni (1914-1998), l'ingegner Adelchi Candellero (1894-1977) e il cavalier Filiberto Gatta (1887-1961).cite-ref-fondazione-3-0[3]cite-ref-4[4] L'impresa, che cominciò con la produzione di mwlqfrigoriferi, nel 1956 fu trasformata in mwlgsocietà per azioni, e cambiò per due volte la denominazione sociale, dapprima in Indel, e successivamente in Indes.cite-ref-fondazione-3-1[3] Il suo marchio era costituito da un ovale sormontato da uno scudo coronato nel quale viveva l'acronimo.cite-ref-5[5] Poco tempo dopo, la sede venne trasferita a mwnwOrbassano, in mwoaprovincia di Torino, dove era stato edificato il primo grande stabilimento, entrato in funzione nel 1958, che impiegava circa 2.000 lavoratori e dove alla produzione dei frigoriferi fu affiancata quella delle mwoqlavatrici.cite-ref-fondazione-3-2[3]cite-ref-6[6]cite-ref-7[7]cite-ref-8[8]cite-ref-orbassano-9-0[9] Si cominciò dunque a produrre con i criteri di mwtgeconomia di scala: bassi costi di produzione e prezzi di vendita, alti volumi produttivi.cite-ref-fondazione-3-3[3]
L'organizzazione produttiva della Indes mostrò subito una professionalità manageriale diversa da quella di un imprenditore di prima generazione, e inoltre il suo avvio fu preceduto da una visita effettuata da Campioni agli stabilimenti della mwvaFord, accompagnato da mwvqVittorio Valletta, all'epoca manager della mwvgFiat.cite-ref-paoloni-10-0[10] Nel 1961, morì uno dei tre soci fondatori, il cavalier Gatta, ed avvenne l'ultimo cambio di ragione sociale in Indesit, con capitale sociale di 1,5 miliardi di lire, di cui soci erano il Campioni e il Candellero, che assunsero le rispettive cariche di amministratore delegato e di presidente della società.cite-ref-fondazione-3-4[3]cite-ref-11[11]cite-ref-12[12] L'azienda divenne nota semplicemente come Indesit, che rappresentò da allora il suo marchio, e in quello stesso periodo veniva inaugurato un nuovo complesso industriale a mwzwNone.cite-ref-fondazione-3-5[3]
Indesit, si collocò da subito tra le aziende di punta italiane produttrici di elettrodomestici, si indirizzò a un segmento di mercato medio e offrì una gamma produttiva completa.cite-ref-paoloni-10-1[10] Negli anni sessanta-settanta, periodo di maggiore espansione, l'azienda piemontese registrò una capacità produttiva di 2,4 milioni di pezzi l'anno.cite-ref-fondazione-3-6[3] La vendita dei prodotti veniva effettuata attraverso importanti grossisti sul territorio nazionale, e attraverso le filiali commerciali aperte all'estero che vendevano ai grossisti stranieri.cite-ref-fondazione-3-7[3] Le esportazioni rappresentavano una voce importante nelle attività Indesit, dato che arrivavano fino al 70%, contro una media del 50% raggiunta dalle altre aziende italiane del settore.cite-ref-13[13] Gli stabilimenti di Orbassano e di None, dove oltre a frigoriferi, mwfqcucine e lavatrici furono prodotti anche mwfglavastoviglie e mwfwtelevisori, agli inizi degli anni settanta contarono assieme 4.200 addetti.cite-ref-orbassano-9-1[9]cite-ref-14[14]
In piena espansione produttiva e commerciale, Indesit investì nell'apertura di nuove unità produttive nel mwiqMezzogiorno, con il contributo anche dell'mwigIstituto Mobiliare Italiano, che portò all'apertura di un complesso di otto stabilimenti a mwiwCarinaro, mwjaGricignano di Aversa e mwjqTeverola, in mwjgprovincia di Caserta, nel 1972, contribuendo in maniera decisiva nella crescita occupazionale di quell'area.cite-ref-fondazione-3-8[3]cite-ref-casertano-15-0[15]cite-ref-16[16] I nuovi stabilimenti impiegarono inizialmente 3.500 addetti, e furono destinati alla produzione di frigoriferi, congelatori, lavatrici, piccoli elettrodomestici, compressori ermetici, mwmwradio, mwnacinescopi per televisori e videoterminali.cite-ref-casertano-15-1[15]cite-ref-17[17] Nello stesso periodo fu anche lanciato il marchio Hirundo, con cui fu proposta una linea nel settore bianco (frigoriferi, lavatrici e altri elettrodomestici), oltre che apparecchi nel settore bruno, come radio a transistor con marchio mwpqIndesit-Hirundo.
La crisi e il commissariamento (1973-1986)
Negli anni Settanta si manifestarono i primi segnali di crisi per la Indesit, che, oltre a non investire nell'innovazione di prodotto e nel rinnovo delle proprie strutture produttive, alla stessa maniera degli altri produttori nazionali del settore fu colpita da un calo delle vendite e da un problema di sovrapproduzione, poiché subiva la concorrenza sul mercato dei produttori dell'mwqaEuropa orientale, i cui prodotti, seppur a basso contenuto tecnologico, riuscivano a trovare maggiori sbocchi commerciali grazie al prezzo altamente competitivo.cite-ref-fondazione-3-9[3] Nel 1974, per 6.000 dipendenti su 9.000 complessivi, l'azienda decise il ricorso alla mwrqcassa integrazione.cite-ref-18[18] Inoltre ad incidere in maniera piuttosto significativa sul calo di produttività, di fatturato e di utili dell'azienda piemontese (come del resto di tutte le realtà italiane del settore) fu l'aumento del costo del lavoro, notevolmente cresciuto rispetto agli anni del mwsgboom economico.cite-ref-19[19] A livello societario si registrava l'uscita del cofondatore l'ingegner Candellero, con il Campioni che era azionista di riferimento, mentre altre quote erano possedute dalla mwtwBarclays, dalla consociata svizzera della mwuaBanca Rotschild, e da altri piccoli soci.cite-ref-orbassano-9-2[9]
Nonostante alcune difficoltà, Indesit in collaborazione con mwvgSEIMART, ed attraverso un gruppo di tecnici che operava nel reparto televisori del suo stabilimento di None, brevettò un sistema di trasmissione a colori alternativo al tedesco mwvwPAL e al francese mwwaSÉCAM, denominato mwwqISA.cite-ref-20[20]cite-ref-21[21] Nel marzo 1975, Indesit passò il progetto ISA alla Intensa, società creata da mwygGEPI, allo scopo di far aderire tutte le aziende italiane che fabbricavano televisori, le quali avrebbero visto ridurre i costi per i diritti brevettuali, naturalmente più elevati per il PAL e il SECAM.cite-ref-22[22]cite-ref-23[23] mw0wRai e Istituto per le Poste effettuarono prove sperimentali sugli apparecchi dotati di sistema ISA, ma nell'aprile 1975, il Consiglio superiore delle Telecomunicazioni stabilì l'adozione del sistema tedesco per l'introduzione della mw1atelevisione a colori in Italia, avvenuta nel 1977.cite-ref-24[24]cite-ref-25[25]cite-ref-26[26]
Nel 1977, Indesit chiuse il bilancio con un passivo di 1,3 miliardi di lire, e fu perciò costretta a rincarare i prezzi dei suoi prodotti per compensare le perdite: questa strategia riportò l'utile in positivo (2 miliardi), ma causò anche un calo delle vendite.cite-ref-orbassano-9-3[9]cite-ref-27[27] A partire dal 1979 furono attuate nuove scelte produttive e investimenti nell'innovazione (con questi ultimi che videro la produzione delle prime lavatrici totalmente elettriche), nonché nuove scelte commerciali puntando sul segmento di mercato di fascia medio-alta.cite-ref-28[28] In quello stesso anno, Indesit rientrò in mw7gConfindustria, da cui era uscita nel 1957.cite-ref-29[29] Tuttavia, questi investimenti si rivelarono insufficienti, poiché l'azienda tornò a registrare forti perdite e crisi di liquidità, e nel 1980, Campioni lasciò la conduzione dell'azienda che affidò a Mario Nobili, nominato nuovo amministratore delegato.cite-ref-30[30]cite-ref-31[31] La nuova dirigenza chiese ed ottenne dal Tribunale di Torino l'ammissione alla procedura di mw-wamministrazione controllata, a seguito del parere favorevole espresso dai fornitori, con cui l'azienda aveva debiti per 204 miliardi di lire.cite-ref-32[32]
Nel 1981, fu attuata la ristrutturazione aziendale con la creazione di tre divisioni produttive (componentistica, elettrodomestici, elettronica), e furono avviati contatti con la mwaqeEmerson di mwaqiFirenze e la mwaqmVoxson di mwaqqRoma per la nascita di un consorzio commerciale tra le tre aziende.cite-ref-33[33]cite-ref-34[34] Mentre ripartiva la produzione di elettrodomestici, rimaneva bloccata quella di mwaq0elettronica di consumo, la cui divisione impiegava 1.800 addetti (tutti in cassa integrazione), e questo progetto, che serviva per farla ripartire, fu bocciato dal Ministero dell'Industria e perciò fu costituita la Indesit Elettronica Sud S.p.A., con capitale sociale di 200 milioni di lire, allo scopo di farvi confluire i dipendenti in cassa integrazione e gli stabilimenti delle tre aziende in difficoltà.cite-ref-35[35] Quest'altra iniziativa che vedeva Indesit come capofila non ebbe alcun seguito, e l'azienda piemontese, che migliorava la propria situazione finanziaria, nel 1983 uscì dall'amministrazione controllata.cite-ref-36[36]cite-ref-37[37]cite-ref-ripresa-38-0[38] Per il monte debiti di 150 miliardi di lire con i fornitori fu praticamente fu decisa la sua conversione in azioni, e grazie a questa operazione i fornitori entrarono nell'azionariato dell'azienda.cite-ref-ripresa-38-1[38] Tra questi fornitori-creditori figuravano grandi imprese come l'mwasiItalsider e la mwasmMagona.cite-ref-ripresa-38-2[38] Nel consiglio di amministrazione di Indesit fecero ingresso nel 1984 nuovi soci, sia italiani che stranieri, e il capitale sociale fu aumentato da 21 miliardi di lire a 74 miliardi.cite-ref-39[39] Abortito il progetto con Emerson e Voxson, per far uscire il ramo elettronico da questa mwaswimpasse, nello stesso anno assieme alla finanaziaria pubblica mwas0REL e alla Zanussi Elettronica, costituì la mwas4Sèleco, di cui Indesit fu socio di minoranza con una quota del 5,74%.cite-ref-ripresa-38-3[38]cite-ref-40[40]cite-ref-41[41]cite-ref-42[42]
L'uscita dalla crisi di Indesit fu però di breve durata, poiché nel 1984 registrò una perdita di 106 miliardi di lire.cite-ref-nuovacrisi-1-1[1]cite-ref-43[43] Nel 1985, Campioni, che rimaneva socio di maggioranza col 52% delle quote, tornò a ricoprire la carica di presidente e affidò l'azienda a un nuovo amministratore delegato, l'ingegner Franco Passi, succeduto al dimissionario Nobili.cite-ref-nuovacrisi-1-2[1] Il personale, a causa di consistenti esuberi, era ridotto ad appena 6.000 dipendenti, dei quali 4.000 in cassa integrazione.cite-ref-nuovacrisi-1-3[1]cite-ref-44[44] Nello stesso periodo, il 65% della Indesit Elettronica venne ceduto alla mwavqOlivetti.cite-ref-45[45]cite-ref-46[46] La situazione di crisi dell'azienda fu più gravosa rispetto agli inizi del decennio in cui era entrata in amministrazione controllata, e dunque irreversibile, perciò al fine di evitare il fallimento fu dichiarato lo stato di insolvenza ed ottenuta l'ammissione alla mwav0Legge Prodi dal Tribunale di Torino, con l'allora ministro dell'Industria, mwav4Renato Altissimo, che nominò commissario straordinario il dottor Giacomo Zunino.cite-ref-47[47]cite-ref-48[48]cite-ref-49[49]
Il passaggio alla Merloni Elettrodomestici (1987-1990)
Nel settembre 1987, il commissario Zunino avviò la trafila di vendita della Indesit, mettendo all'asta, con un prezzo minimo di 44 miliardi di lire, una parte degli stabilimenti di None e di Teverola, i relativi magazzini, le consociate di assistenza e progettazione, e quelle commerciali estere.cite-ref-asta-52-0[52] All'asta fallimentare parteciparono due aziende, mwaxoDe' Longhi e mwaxsMerloni Elettrodomestici: i beni aziendali messi all'asta passarono al Gruppo di Fabriano, produttore di elettrodomestici con il marchio mwaxwAriston e per conto terzi.cite-ref-53[53] I dipendenti passati alla Merloni furono 2.800.cite-ref-54[54]
Nel 1990, avvenne la fusione per incorporazione della Indesit nella Merloni Elettrodomestici, divenendo così un marchio del gruppo.cite-ref-55[55] Dopo il passaggio all'azienda marchigiana, il marchio Indesit recuperò il proprio prestigio sul mercato nazionale ed estero degli elettrodomestici, e per questa ragione, fu decisa la modifica della ragione sociale di Merloni Elettrodomestici in Indesit Company, avvenuta nel 2005.cite-ref-56[56]cite-ref-57[57]cite-ref-58[58]cite-ref-59[59]
Informazioni e dati
La Indesit, con mwazwsede legale a mwaz0Rivalta di Torino, in provincia di Torino (dopo gli anni ottanta), e 15 stabilimenti di produzione a Orbassano e None, in provincia di Torino, e a Carinaro, Gricignano d'Aversa e Teverola, in provincia di Caserta, produceva elettrodomestici, apparecchi di elettronica di consumo e componenti elettronici.cite-ref-casertano-15-2[15]
Fino al 1979 era il secondo produttore nazionale di elettrodomestici dopo mwaamZanussi, e deteneva una mwaaqquota di mercato a livello nazionale del 17%.cite-ref-orbassano-9-4[9]cite-ref-60[60] Nella seconda metà degli anni ottanta tale quota scese al 7%, mentre a livello europeo era attestata al 4%.cite-ref-quota-61-0[61] Nel 1980, l'azienda contava 11.331 dipendenti, cifra ridotta a 6.115 del 1986, di cui 4.313 in cassa integrazione.cite-ref-62[62] All'estero era presente con cinque filiali commerciali in mwabuFrancia, mwabyGran Bretagna, mwabcPaesi Bassi, mwabgSpagna e mwabkStati Uniti.cite-ref-asta-52-1[52] Il 75% della sua produzione era destinata ai mercati esteri, dei quali i più importanti erano quelli di Francia e Gran Bretagna.cite-ref-quota-61-1[61]
Sponsorizzazioni
• Nella stagione mwadc2003-04, il marchio Indesit è stato sponsor della squadra di calcio della mwadgLazio, nelle partite disputate dal club biancoceleste in mwadkChampions League e in mwadoCoppa Italia.cite-ref-65[65]
Note
cite-note-nuovacrisi-11. mwae0mwae4ALL'INDESIT CAMBIA IL VERTICE TORNA IL FONDATORE, in mwae8mwafaLa Stampa, 17 luglio 1985, p.mwafe 7.
cite-note-dipendenti-21. mwafumwafySos per l'Indesit, in mwafcmwafgLa Stampa, 25 ottobre, p.mwafk 12.
cite-note-44. ↑ Nel volume pubblicato dal Ciravegna il nome del terzo socio viene riportato erroneamente come "Filippo Gatta"
cite-note-55. ↑ mwahgmwahkmwahoIl marchio Indesit, su mwahsmuseodelmarchioitaliano.it. mwahwURL consultato il 24 febbraio 2021 mwah0(archiviato dall'mwah4url originale il 17 gennaio 2022).
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Bibliografia
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• citerefpaoloniG. Paoloni, I 'bianchi': la tecnologia in cucina, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Tecnica, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013.
Voci correlate
• mwbbuAriston (marchio)
• mwbbcIndesit Company
• mwbbkMerloni
• mwbbsHotpoint
• mwbb0Scholtès
• mwbb8Sèleco
Collegamenti esterni
• Sito ufficiale, su indesit.it.
• Indesit Italia (canale), su YouTube.
• mwbcuIndesit spa, su siusa.archivi.beniculturali.it. URL consultato il 21 febbraio 2021.